Tantissimi auguri per la vetta degli OTTANTA

Profilo intellettuale di don Peppino Gambardella (a cura di Michele Gatta)

Parlare di don Peppino è una cosa che forse va sempre fatta sottovoce: la complessità, l’intensità della sua vita rendono la sua una figura assolutamente incandescente.

Un uomo incandescente che esprime e vive, talora senza rendersene conto, la grande stagione della Chiesa italiana dagli anni Sessanta del Secolo passato ad oggi: e che per questo affascina, spinge a riflettere, a scrivere, a parlarne, e insieme irrita, respinge, scosta. 

L’uomo che esce dalla sua famiglia per entrare nella Chiesa nolana lo fa per una scelta fortissima, violenta, radicale; con la quale butta tutto quello che conosce per andare verso quello che non conosce – che è quell’universo della povertà, e della situazione operaia del secolo scorso, al quale si assimila anticipando davvero una delle cifre più importanti e più dimenticate del concilio Vaticano II di cui, per il resto, sarà un testimone sul piano pedagogico, a partire dagli anni ’70, come Rettore del Seminario di Nola. 

Una delle caratteristiche di don Gambardella, è che radicalizza quelle che sono le sue convinzioni, le sue intenzioni, i suoi punti chiave: cioè l’idea che la grande mistificazione che viene commessa a danno dei poveri sia una mistificazione che passa attraverso la sottrazione di cultura; e che dunque sia proprio da lì, dalla donazione di cultura con una ferocia d’amore, che intraprende il suo mandato di sacerdote.

Uomo d’azione

Emergono dai suoi primi anni di sacerdozio la sua spiritualità, le sue doti morali e la forza eroica di reggere dinnanzi alle sfide dure e concrete di quel periodo. Ed è forse questo l’aspetto da mettere in luce, per tutti coloro che operano nel sociale, nelle varie opere da lui man mano suscitate, che si confrontano ogni giorno con l’emarginazione, la sofferenza e la malattia, e che soprattutto si sforzano per collocare il proprio lavoro in un orizzonte non solamente professionale ma anche culturale e “di senso”.

Non è possibile, infatti, lavorare nel sociale senza domandarsi il perché della sofferenza, senza cercare di capire i meccanismi che regolano i rapporti tra le persone, senza sviluppare una visione anche politica di cosa sia e di cosa debba essere la società. Sembra che fra l’approccio ideologico da una parte e il pensiero debole dall’altra, don Peppino sceglierà una terza via, quella del “pensiero forte”, che affonda le sue radici nell’umanesimo cristiano e nella dottrina sociale della Chiesa, che vede nella solidarietà, nell’unicità dell’individuo, nel rispetto della dignità della persona, le opzioni fondamentali della pastorale e dei principi educativi. E qui la sua lettura, riferimenti di una vita di sacerdozio e di impegnato nel sociale… don Milani, La Pira, Lazzati, Bachelet, Dossetti….

Pur in una ricerca di competenza professionale e di supporto specialistico di coloro che operano nelle opere caritatevoli della parrocchia, comunque al primo posto mette l’accoglienza. Un principio cristiano che non riduce l’ambito dell’intervento dell’esperto, della competenza sociologica e medica talvolta, ma che vede nell’amore ai fratelli e nella costruzione della comunità, gli elementi fondamentali dell’intervento pastorale. 

L’azione pastorale di don Peppino si è sviluppata e giunta a maturazione sull’idea che la cultura cristiana non è solo patrimonio dello spirito, ma una risorsa per la società intera, un punto di riferimento per coloro che hanno responsabilità decisionali, una fonte d’ispirazione che aiuta ad immaginare e a costruire un mondo migliore.

Vorrei chiudere questa prima parte di riflessione con un passaggio della lettera di don Milani a Pecorini del novembre del 1959, dove protesta contro quelli che tirano fuori troppo spesso e troppo rapidamente la propria fede, e spiega il suo atteggiamento: “Non potrei vivere nella Chiesa neanche un minuto se dovessi viverci in questo atteggiamento difensivo e disperato, io ci vivo e ci parlo in assoluta libertà di parola, di pensiero, di metodo, di ogni cosa. Se dicessi che credo in Dio direi troppo poco, perché gli voglio bene, e capirai che voler bene a uno è qualcosa di più che credere nella sua esistenza. E così di tutto il resto della dottrina.”  

Sentimenti ben convissuti in don Gambardella nel mettere insieme una aspirazione di Chiesa legata a uno stile pastorale quanto mai classico e insieme una passione civile enorme, dentro la quale la cosa che però lui vorrebbe salvare è sempre e solo la sua appartenenza alla grande comunione di Chiesa, che gli serve non per altri scopi ma per ritrovare sé stesso nel disegno di salvezza.

Sulle frontiera dell’educazione

L’educazione è un fatto di cuore, e su questo pare ormai scontato la convergenza di pedagoghi e psicologi. L’educatore è quindi primariamente un uomo del “cuore”. Non si chiede all’educatore una certa anzianità e nemmeno la carica di superiore. 

Innanzitutto un principio pedagogico caro al nostro don Peppino è sempre stata la “responsabilità”. Cosa significa prenderci carico dell’altro se non fare sul serio, scoperchiando eventuali finzioni di rapporto? Abituare un giovane alla scansione quotidiana degli impegni è il primo passo da realizzare, sapendo quanto difficile possa essere nell’adolescenza l’individuazione della passione prevalente, la tessitura del disegno da realizzare, ma è soltanto così che l’azione diventa mirata al raggiungimento di uno scopo. 

Don Peppino sa bene che in tanti momenti difficili, meglio accettare la sfida mostrando la debolezza piuttosto che la risposta istituzionale, poiché i ragazzi hanno bisogno di autenticità e non di una perfezione irrangiungibile. 

L’esperienza dell’educatore è affascinante, lo è stata sicuramente per don Peppino. Quante volte sarà apparso utopico il progetto, il raggiungimento di un risultato, e così dolorosa la critica del superiore di turno nel dare il proprio giudizio esterno. Il coinvolgimento degli anni di seminario come Rettore sono stati totali, educatore appassionato, i ragazzi lo hanno percepoito e lo hanno seguito. Ricco di una vita interiore, fatta di preghiera e di comunione sacerdotale, la frammentazione è stata superata credendo in quello che faceva, magari non vedere nella pratica gli effetti immediati. Magari la persona a cui pensava di aver fatto del bene, ed è capitato, si è rivoltata contro e quella meno considerata ha poi ringraziato. Don Peppino si è affidato alla catena dei nessi nella speranza che questi possano avere un senso ultimo e definitivo. 

Dicevo che l’educazione è un fatto del cuore e questo rompe il professionismo, con don Peppino, tante sono le testimonianze, si è sempre alla scoperta di cose nuove, di forme nuove, di tesori nascosti agli occhi come se anche lui li scoprisse per la prima volta. E questo fa dell’esperienza comunitaria una cerchia privilegiata, ma per dare valore a tutto questo occorre rifondare l’esperienza della realtà per non relegarla a una possibile virtualità il cui rischio è sempre presente. 

Don Peppino sacerdote

Possiamo trarre una conclusione a questo riguardo dalle riflessioni fin qui sviluppate? Se sì, quale? Mi sembra di poter dire che il sacerdote è tanto più quello che deve essere quanto più sa essere completamente in relazione, amore. 

Potremmo dire che nella vita del Nostro sia sempre stata presente una domanda profonda: In che modo conciliare, la fondamentale uguaglianza dei battezzati con lo specifico ruolo dei ministri ordinati? E nelle sue vicende personali e di comunità pare stagliarsi una nuova identità del sacerdote postconciliare e quindi del nuovo rapporto tra laici e ministri ordinati che è dipeso e dipenderà per molti versi dallo sviluppo di un’ecclesiologia e di un’ontologia che prendano le mosse dal mistero trinitario.

Pur nella fedeltà alla Chiesa e alla sua tradizione, dobbiamo dire che in don Peppino l’identità del sacerdote è rimasta una sfida aperta. È la sfida di presentare al mondo un sacerdozio ed una Chiesa che non si riducano al «rito». La sintesi avviene non già al sacerdozio in sé, ma innanzitutto al sacerdozio di Gesù in croce; ed insieme alla vita del Dio trino, portata in terra attraverso il mistero pasquale, per essere la vita degli uomini. 

Un carisma che appartiene a don Peppino è senz’altro il discernimento degli spiriti o meglio la discrezione nell’accompagnamento, che è un dono di Dio che non lo da se non si è in una continua ricerca di equilibrio e di umiltà. 

Un secondo carisma è il suo guardare in alto.

Troppo spesso ci guardiamo i piedi per essere sicuri di non cadere, per essere sicuri di dove mettiamo il passo. Gesù ci dice di alzare gli occhi, e quasi di andare verso il cielo e poi insieme di guardare il campo: significa prendere coscienza che il cielo è sulla terra. Tener presente il mondo mentre alziamo gli occhi e tenere gli alzati gli occhi mentre guardiamo il mondo. E allora solo allora ogni cosa che vediamo è promessa di futuro, ogni stelo che vediamo è promessa di mietitura, ogni dolore che vediamo è promessa di gioia comune di chi ha seminato e di chi mieterà. E non ci sarà nessuna invidia e non ci sarà nessuna fretta se sapremo aspettare la stagione di Dio, che è anche la stagione dell’uomo.

Con gratitudine, ad multos annos!

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Lettera di auguri …
Carissimo Peppino Gambardella,

dal profondo del cuore, ti auguro ogni bene,
per questi tuoi ottanta anni, con la speranza che il Signore continui ad illuminare il tuo cammino per le tante battaglie, ancora, da intraprendere.

Il mondo di oggi non è quello che avevamo immaginato potesse essere nei nostri anni giovanili. Discriminazioni, ingiustizie, soprusi, imperversano indisturbati nel panorama della nostra vita quotidiana.

Penso al destino tragico dei migranti, che attraversano il Mare Nostrum, all’ingiustizia che ha colpito Mimmo Lucano, reo del reato di UMANITA’, per aver dato vita a Riace, un laboratorio sociale dal carattere inclusivo totale, penso ai giovani ricercatori e giornalisti oppressi e soppressi dai regimi di ogni dove, penso alle donne afgane, a cui qualcuno ha tarpato le ali, e a quelle di tutto il mondo in cerca di un rispetto, che tarda sempre ad arrivare, e ancora penso agli ultimi di ogni tempo e ogni dove, che aspettano uno straccio di solidarietà e misericordia.

Insieme, circa 20 anni fa, coltivammo un sogno e una speranza, l’accoglienza e la cura dei migranti, in un’epoca in cui non esistevano servizi istituzionali.

L’Ambulatorio Caritas, per me giovane medico di allora, rappresentò un’esperienza educativa e formativa fondamentale, nello sviluppo di una relazione di carità e di amore con il prossimo.

Definimmo quell’esperienza MISSIONE INVERSA, infatti non si partiva per l’Africa, l’Asia o l’America Latina, ma si rimaneva qui,

in una stanza della rettoria del Carmine, per accogliere, sostenere e curare i migranti si allora, donne dell’est, marocchini, tunisini, popoli in cammino verso la speranza.

In quell’ambulatorio intessemmo relazioni sensazionali, ci confrontammo con culture e religioni diverse, abbattemmo muri e costruimmo ponti bellissimi.

Quell’esperienza ha sempre sostenuto, in futuro, il mio personale percorso di medico.

I sogni non sono individuali, spesso sono condivisi con altre persone, per cui ritengo sia giusto ricordare la squadra di allora, chiedendo umilmente scusa se dimenticherò qualcuno:

la signora ANNA PAPA, il dr. FELICE CANTONE, il dr. CARMINE COPPOLA, il signor MORGERA, che reperiva farmaci dagli studi di medicina generale.

Nella speranza che quegli anni siano stati una grande semina, nell’attesa dei frutti, ancora infiniti auguri carissimo don Peppino.

Tuo Mimmo De Cicco

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Stamattina don Peppino ha commentato questa lettera di De Cicco e mi ha fatto capire come il poliambulatorio è stato un segno di avanguardia rispetto alla mentalità bigotta che vigeva allora e alla chiusura agli stranieri, che era molto più di adesso. Inoltre non c’era ancora il servizio sanitario nazionale per gli immigrati. Insomma è stato antesignano e lungimirante. Purtroppo avversato dall’invidia di tanti confratelli… e anche da tutti i vescovi che si sono susseguiti, che invece di vedere il bene che faceva ascoltavano i sibili satanici dei farisei-confratelli… (e c n parlamm a fà…). Questi tali voglio vedere come si presenteranno davanti al Padreterno. Anzi carissimo il mio Signore abbi misericordia di questi personaggi che stanno sempre sul carro dei vincitori fossero anche i peggiori della storia. Dovrebbero essere messi a tacere e invece stanno lì ad affossare anche le poche cose belle che il Signore ispira. Si potrebbero paragonare a quei farisei che ostacolavano “Il Regno di Dio” e nostro Signore… Signore perdonali, perché non sanno quello che hanno fatto, che fanno e che continuano a fare…

Don Peppino fece portare la corrente e l’acqua nel campo ROM di Pomigliano che ora non esiste più e fece andare a scuola i bambini aiutandoli anche col doposcuola, quando nelle scuole non si parlava proprio di ammettere bambini di altre razze e religioni.

Tutto questo ha dato picconate alla vecchia mentalità non accogliente che vigeva, facendo in modo che nella città di Pomigliano si potesse assumere un nuovo modo di pensare e di fare accoglienza. Dando un grande contributo culturale, umano e di vera religione. Comunque lo sappiamo don Peppino è stato avversato non solo dai confratelli ma anche da tanta mala politica, ma è andato avanti con una caparbietà evangelica senza pari… e i frutti sono sotto gli occhi di tutti. Quante volte sarei voluto scappare, spretarmi, ma lui: “È Gesù Abbandonato, la nostra Croce, che fai fuggi?”. E quindi son rimasto accanto a lui, almeno a parare qualche colpo. Oggi ancora di più capisco il valore di quest’uomo tutto d’un pezzo, con in cuore solo Dio e Maria, la Mamma Celeste. Una vita spesa per il Regno di Dio, senza scendere mai a compromessi col male. Chiara Lubich, la fondatrice del Movimento dei Focolari, gli affidò la frase del Vangelo: “Venga il tuo Regno” (Mt 6, 10). Questa Parola, l’ha onorata, con mille e mille rami di opere concrete. E se “l’albero si vede dai frutti…”… fate voi.

(zio Mimmo da San Gennarello)

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A cura di Rosario Pipolo

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